...ecco, e se approfittassi di questa serata tranquilla, con Q che dorme e D che si regala una meritata uscita serale, per scrivere ciò che da giorni e giorni mi sono ripromessa di scrivere?
Perché no? Ormai è così tanto che latito che un giorno vale l'altro.
Che dire, il meraviglioso viaggio/vacanza si è concluso riportandoci alla nostra casetta italiana, nel nostro paesotto che in pieno agosto sembra un po' sonnolento per il troppo caldo.
Il cambio di scenario mi ritrova un po' sconcertata e destabilizzata. Sarà per la cara daily routine a cui ormai mi ero abituata a Londra. Sarà per la casa da ri-sistemare, i bagagli e gli scatoloni da svuotare. Sarà per quel pizzico di nostalgia che non manca mai. Sarà per l'insicurezza e l'ansia per il futuro che ci hanno accompagnato a casa e che ci rimarranno al fianco ancora per un po'. Sarà perché tra tutto questo ho pure deciso di dedicarmi al potty training.
Sarà, sarà...
Sarà che vorrei guardarmi intorno e pensare: "eccomi a casa".
Sarà per un'altra volta.
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sabato 13 agosto 2011
giovedì 28 aprile 2011
MADRELINGUA
Ho capito perché la principale lingua che parliamo si chiama madrelingua.
Ora che vivo all’estero, immersa in una lingua che sento così estranea, lo capisco davvero. La lingua che mi appartiene è come una mamma.
Una mamma che mi comprende e che comprendo. Che mi dà sicurezza. Quanto è diverso, invece, il senso di inadeguatezza che mi dà l’inglese.
Una mamma tra le cui braccia ci si sente sempre a casa, non importa quanto lontani si è dalla casa vera.
Una mamma con cui non è difficile spiegarsi e farsi capire: con la mia lingua riesco sempre a dar voce ai miei pensieri, senza timore di essere fraintesa, senza incomprensioni.
Una mamma che si riconosce da lontano: quanto spesso mi capita di sentir parlare la mia lingua per strada, in mezzo a tante persone, e subito coglierla, girarmi a guardare e ritrovarmi a sorridere.
Una mamma che si ama, e che forse si apprezza ancor di più quando ci si allontana.
Una mamma che rimane nel cuore.
lunedì 21 marzo 2011
VIA DI MEZZO
Esiste la via di mezzo?
E' possibile trovarla?
Nello specifico, è possibile trovare la via di mezzo tra due stili educativi, tra quello nel quale si è cresciuti e quello in cui ci si trova a vivere?
Dopo aver speso chilometri di parole per rispondere a un commento su questo tema, che ho ricevuto su questo post, ho deciso di cancellare tutto e di farne invece un post, perché l'argomento mi sembra particolarmente interessante.
Una delle mie blogger preferite scrive:
mercoledì 9 marzo 2011
VITA
Accolgo l'invito di Mamma Design, e mi fermo un attimo a pensare quali sono dieci motivi per cui vale la pena vivere.
Dieci. Forse sono pochi...
O forse sono troppi, perché in fondo è solo uno il motivo per cui vale la pena vivere: per la vita stessa. Per la potenza di questa energia vitale che ci respira dentro e che ci fa rialzare e ridere e piangere e combattere anche quando pensiamo di essere stanchi della vita.
Dieci. Forse sono pochi...
O forse sono troppi, perché in fondo è solo uno il motivo per cui vale la pena vivere: per la vita stessa. Per la potenza di questa energia vitale che ci respira dentro e che ci fa rialzare e ridere e piangere e combattere anche quando pensiamo di essere stanchi della vita.
giovedì 3 febbraio 2011
UTILITA'
Sono convinta che una delle esigenze dell'essere umano è quella di sentirsi utile.
Fa parte del nostro DNA, della nostra struttura profonda, che ci chiede continuamente di fare della nostra vita una "pro-esistenza": un'esistenza per...qualcuno, qualcosa. Ci chiede di non vivere solo per noi stessi ma per essere "utili" a altre persone o a una causa.
Per alcuni anni ho lavorato in una casa di riposo e mi sono resa conto che ciò che fa più soffrire gli anziani non è la solitudine o la salute che se ne va... è il sentirsi inutili. Sentire che la propria vita non "serve" a nessuno...
Da quando è nato Q, e soprattutto da quando ci siamo trasferiti qui, molte cose sono cambiate nella mia vita, soprattutto nella gestione del mio tempo.
Ho trascorso innumerevoli ore della mia vita a fare volontariato in parrocchia, a programmare incontri, a studiare nuovi metodi, e altrettante innumerevoli ore a prepararmi per il mio lavoro, a cercare mezzi e strumenti per renderlo sempre nuovo e interessante.
Fa parte del nostro DNA, della nostra struttura profonda, che ci chiede continuamente di fare della nostra vita una "pro-esistenza": un'esistenza per...qualcuno, qualcosa. Ci chiede di non vivere solo per noi stessi ma per essere "utili" a altre persone o a una causa.
Per alcuni anni ho lavorato in una casa di riposo e mi sono resa conto che ciò che fa più soffrire gli anziani non è la solitudine o la salute che se ne va... è il sentirsi inutili. Sentire che la propria vita non "serve" a nessuno...
Da quando è nato Q, e soprattutto da quando ci siamo trasferiti qui, molte cose sono cambiate nella mia vita, soprattutto nella gestione del mio tempo.
Ho trascorso innumerevoli ore della mia vita a fare volontariato in parrocchia, a programmare incontri, a studiare nuovi metodi, e altrettante innumerevoli ore a prepararmi per il mio lavoro, a cercare mezzi e strumenti per renderlo sempre nuovo e interessante.
mercoledì 19 gennaio 2011
CERCAMI

Una delle cose che mi ha colpito subito, a Londra, è il gran numero di bambini e di pance... E' incredibile! Giro per strada e vedo famiglie e mamme giovani con due, tre figli. E tantissime donne incinte!
Ripenso alla sensazione di avere il piccolo Q dentro di me, sentirlo crescere, sentirlo mio...
Ricordo con immensa tenerezza la sensazione provata poco dopo essere rimasta incinta, quando ancora non l’avevo detto a nessuno e facevo tutte le mie normali attività, al lavoro o con gli amici… Pensavo che nessuno, dall’esterno, avrebbe mai immaginato quale immenso tesoro custodivo dentro di me. Mi sentivo portatrice di un segreto meraviglioso.
Mi sembrava di vivere già con il mio bambino una relazione speciale, complici – io e lui – di un segreto che apparteneva solo a noi: la sua esistenza. Una complicità che talvolta ritrovo ora, negli intensi momenti che viviamo solo noi due, la messa a letto, le coccole…
mercoledì 22 dicembre 2010
DIECI COSE DI ME
Raccolgo l'invito di Micaela e di Serena e vi scrivo dieci cose di me:
1
Non posso che iniziare dalla cosa più importante che ho: la fede. Sono cristiana cattolica. Cerco di esserlo nella gioia e nella speranza.
2
Da due anni e mezzo, nel matrimonio, cerco di realizzare il disegno meraviglioso che Dio ha pensato per me e per D. Ho il privilegio di avere accanto un uomo che amo e stimo, che mi completa e mi fa sentire una persona realizzata, che mi fa perdere la pazienza e arrabbiare ma che mi aiuta continuamente a diventare una persona migliore.
3
Mamma. Anche se per tanto tempo non mi sono sentita la mamma "giusta" per Q, mi sembrava di non essere all'altezza, sentendomi diversa dalle altre mamme, così tanto ...mamme... Ma piano piano, giorno per giorno, sto imparando ad amare il mio meraviglioso bambino per la persona che è, e sto imparando ad amare la nuova "me" che è nata insieme a lui.
4
Ho abbandonato un lavoro da molti invidiato per intraprendere una professione un po' "cenerentola". Poco considerata e un po' bistrattata, ma che mi piace, mi soddisfa, mi dà la possibilità di fare ogni giorno qualcosa che amo. Per inciso, nessuna delle due professioni è spendibile in UK :( dove per ora sto facendo la mamma a tempo pieno...
5
Il 2000. Anno di svolta nella mia vita. Anno di grazia, in cui tutto è cambiato. Ogni mattina, svegliandomi e guardandomi intorno, dovrei ricordarmi di dire un GRAZIE gigante, perché tutto quello che ho e che sono non è merito mio.
6
Esclusa la mia famiglia, la persona più importante della mia vita è don A. Non sarei la persona che sono se non avessi incontrato lui, amico, confidente, "papà", la persona che mi manca di più. A lui sono legati tutti i ricordi dei "migliori anni della mia vita".
7
So di avere un carattere difficile e di essere poco sopportata da molte persone. Lunatica, permalosa, poco incline al perdono (in questa fase della mia vita ho alcuni rospi belli grossi che spero di riuscire a mandar giù, aiutata dalla distanza, dalla preghiera e dall'incessante sostegno di mio marito), facile alla critica e al giudizio (tendo a incasellare la realtà in modo abbastanza inflessibile secondo i miei parametri). E nonostante tutto questo, all'insaputa di molti, rimango timida e maledettamente insicura.
8
Amo cantare e, fino a prima di partire per Londra, ho cantato in una band di christian music. Arrivando qui, e incontrando Alpha, non poteva che aumentare la mia passione per la worship music:
9
Il mio luogo preferito nel mondo, quello in cui mi sento a casa, è Lourdes. In quel pezzettino di paradiso c'è un pezzettino del mio cuore.
10
Adoro leggere. Quando ero piccola mia mamma era addirittura preoccupata dalla quantità di libri che divoravo! I miei tre libri preferiti sono, in ordine: Il Signore degli Anelli (Tolkien), Jane Eyre (C. Bronte), Il Testamento (Grisham). Sogno di incontrare un giorno John Grisham e, con il mio bell'inglese, dirgli quanto mi piacciono i suoi libri.
Ecco qui. Mi sono divertita a scrivere questo post.
Passo il testimone a chiunque passi di qui e ne abbia voglia (si, Serena, ti ho copiata! :P )
giovedì 25 novembre 2010
CUORE DI MAMMA
E’ andata!!! La febbre con c’è più! Evviva!
Da martedì sera è iniziata una lenta ripresa che ha portato il mio piccolo Q a stare sempre meglio :)
Finalmente ha ricominciato a mangiare (era tornato un lattante, in questi ultimi giorni!) e a dormire! In effetti non vi avevo tenuto al corrente delle nostre ultime nottate in bianco, ho preferito soffrire in silenzio! :)
E insieme alla salute sono arrivati anche tanti progressi… ma che sia vero che i bimbi crescono quando hanno la febbre???
Per esempio, in questi giorni Q ha imparato a tappare il tubo delle Pringles.
E’ diventato uno dei suoi giochi preferiti! (è per questo motivo che io e D ne compriamo e ne mangiamo in quantità industriali! :P ).
E vedeste che soddisfazione quando ci riesce! La prima volta che ha portato a termine questa incredibile impresa, dopo innumerevoli tentativi, ha giustamente ricevuto gli applausi da parte di mamma e papà. Beh, si è gasato così tanto che è andato avanti a tappare-stappare a ripetizione, e ogni volta mollava il tubo, iniziava a battere le mani e sfoderava un enorme sorriso a due denti! :)
E poi, il mio ragazzo ha iniziato a mettere via i giochi!
Da quando siamo qui a Londra, incontrando le prime difficoltà con i riposini, abbiamo cercato di dare maggior tranquillità al momento pre-nanna, inserendo la “buonanotte ai giochini” (o buon riposo, di pomeriggio!), con tanto di ninnananna e saluti vari. In pratica: mamma e papà mettono via i giochi, mentre Q li guarda passivamente (se va bene) o lamentandosi (se inizia ad essere troppo stanco).
Bene, ieri, dopo pranzo, vedo che Q è un po’ stanco e quindi ci mettiamo seduti a leggere un libretto. Quando lo finiamo Q lo prende e lo mette nella scatola dei giochi. Poi si guarda in giro, prende un altro gioco e lo ripone nella scatola. Io lo guardo allibita! Non ci posso credere!
Cerco di immaginarmi i suoi ragionamenti e mi stupisco dei collegamenti che sta facendo:
1. Ho sonno
2. Voglio andare a letto (non è mica scontato, eh?!)
3. Prima devono andarci i giochi, a fare la nanna
4. Mamma, perché non metti via i giochi? Non vedi che sono stanco?
5. Vabbé mi arrangio
Ad un certo punto, però, si incasina un po’ perché, continuando a mettere via i giochi, incontra il tubo delle Pringles! Probabilmente l’istinto (di giocare) e la razionalità hanno iniziato la loro atavica lotta, che si è svolta più o meno così: inizia a giocare a tappo-stappo il tubo. Poi si ricorda il suo obiettivo principale, mette il tubo nella scatola dei giochi e la chiude. Poi la riapre, prende il tubo, gioca a tappo-stappo, lo mette nella scatola, la chiude, la riapre e così via.
Sono dovuta intervenire a fermare questo circuito senza fine, a chiudere tubo e scatola, a dargli il ciuccio. L’ho portato a letto dove si è addormentato in un nanosecondo :)
Non smetterò mai di stupirmi dei suoi progressi. E’ così bello vederlo crescere.
Credo che conserverò per sempre questi momenti. Magari non li ricorderò in modo dettagliato, non saprò dire il giorno esatto in cui ha iniziato a parlare piuttosto che a mangiare da solo, ma custodirò il ricordo di quest’emozione che accompagna ogni sua conquista. La sensazione di trovarmi di fronte ad un miracolo.
Penso alle parole del Vangelo di Luca, che mi hanno sempre colpito, ma che ora comprendo – forse – un pochino di più:
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. (Lc 2,51)
Il cuore di una madre è molto spazioso.
venerdì 19 novembre 2010
AGOSTO INDIMENTICABILE
La nostra esperienza londinese ha avuto un "precedente". Prima del trasferimento in ottobre, siamo stati qui per un mese, in agosto.
Lo scopo di questo "assaggio" era quello, innanzitutto, di cercare casa e di ambientarci un po'.
Avevamo trovato un alloggio provvisorio in una zona diversa e lontana da dove abitiamo ora, era poco fuori dal centro, in una zona ben collegata ma non caotica.
Sarà perché io sono nata e vissuta in provincia, ma quel quartiere, che assomigliava al centro di un paesotto, ha lasciato un segno indelebile nella mia memoria.
In effetti non era niente di particolare: una strada con due supermercati, la posta, la farmacia, un parco giochi. Bus rombanti che si fermavano sotto la nostra finestra ad ogni ora del giorno e della notte.
Forse questa specie di nostalgia nasce dall'esperienza meravigliosa che abbiamo vissuto lì e di cui quel quartiere è stato l'ignaro contesto.
E' stato un mese stupendo.
Prima di allora non avevamo mai sperimentato una così forte unità tra noi, non c'eravamo mai sentiti così tanto famiglia.
Ritrovandoci d'improvviso lontani da parenti ed amici ci siamo resi conto di essere l'uno il sostegno dell'altro e questo ci ha radicati nell'amore reciproco e nella dedizione verso Q.
Lì ci siamo sentiti una cosa sola e se questa nostra strana avventura londinese non portasse altri frutti che questo, ne sarebbe valsa la pena.
Spero di conservare questo tesoro per l'intera nostra vita insieme.
martedì 16 novembre 2010
NANNY E DINTORNI
Vi ho già detto che una delle mie nuove amiche è una nanny.
Sono davvero rimasta impressionata quando l'ho scoperto, perché sembra proprio la mamma di questo bimbetto! Affettuosa, decisa, sicura di sé nel relazionarsi con lui.
Le ho chiesto da quanto tempo segue questo bambino e mi ha risposto: "da quando aveva tre giorni".
In Inghilterra le mamme che lavorano hanno diverse possibilità per i propri figli.
Innanzitutto le nursery, che possono essere strutture statali oppure private (spesso rette da chiese). Qui sono accolti bambini dai tre mesi ai cinque anni, come i nostri asili nido e scuole materne.
Ci sono poi le childminders, babysitter che si prendono cura di diversi bambini nelle proprie case, perfettamente regolamentate e controllate.
E infine le nanny, che sono "tate", babysitter assunte direttamente dalle famiglie. Alcuni scelgono di condividere la nanny con un'altra famiglia (si parla in questo caso di nannyshare), per risparmiare e per dare ai propri figli la compagnia di altri coetanei. Si tratta comunque di una figura che diventa il riferimento nella gestione quotidiana del bambino.
Ecco, io c'ho pensato e, se mai dovessi trovarmi nella necessità, non so se sarei in grado di avere una nanny.
Zina, questa mia amica, sta con il "suo" bimbo dalle otto del mattino alle sette di sera. E' chiaro che spesso le mamme che lavorano non hanno scelta... certo però che sono un sacco di ore! Cioè, lei di fatto è la figura di riferimento per quel bambino. Dal punto di vista affettivo ed educativo.
Sarà che io ho la mania del controllo totale, e che solo a lasciare Q per un paio d'ore lascio chilometri di istruzioni , ma non so se riuscirei a pensare che, di fatto, c'è un altra persona che decide orari, ritmi, stile educativo.
Cioè, portarlo all'asilo mi sembra diverso. Si tratta di una struttura separata dalla casa, dove ci sono più educatrici e i bambini sono molti. Dove le regole sono fissate e le routine precise. Nessuno lì rischia di diventare la vice-mamma.
Ma la nanny, invece?
Voi cosa ne pensate?
Sono davvero rimasta impressionata quando l'ho scoperto, perché sembra proprio la mamma di questo bimbetto! Affettuosa, decisa, sicura di sé nel relazionarsi con lui.
Le ho chiesto da quanto tempo segue questo bambino e mi ha risposto: "da quando aveva tre giorni".
In Inghilterra le mamme che lavorano hanno diverse possibilità per i propri figli.
Innanzitutto le nursery, che possono essere strutture statali oppure private (spesso rette da chiese). Qui sono accolti bambini dai tre mesi ai cinque anni, come i nostri asili nido e scuole materne.
Ci sono poi le childminders, babysitter che si prendono cura di diversi bambini nelle proprie case, perfettamente regolamentate e controllate.
E infine le nanny, che sono "tate", babysitter assunte direttamente dalle famiglie. Alcuni scelgono di condividere la nanny con un'altra famiglia (si parla in questo caso di nannyshare), per risparmiare e per dare ai propri figli la compagnia di altri coetanei. Si tratta comunque di una figura che diventa il riferimento nella gestione quotidiana del bambino.
Ecco, io c'ho pensato e, se mai dovessi trovarmi nella necessità, non so se sarei in grado di avere una nanny.
Zina, questa mia amica, sta con il "suo" bimbo dalle otto del mattino alle sette di sera. E' chiaro che spesso le mamme che lavorano non hanno scelta... certo però che sono un sacco di ore! Cioè, lei di fatto è la figura di riferimento per quel bambino. Dal punto di vista affettivo ed educativo.
Sarà che io ho la mania del controllo totale, e che solo a lasciare Q per un paio d'ore lascio chilometri di istruzioni , ma non so se riuscirei a pensare che, di fatto, c'è un altra persona che decide orari, ritmi, stile educativo.
Cioè, portarlo all'asilo mi sembra diverso. Si tratta di una struttura separata dalla casa, dove ci sono più educatrici e i bambini sono molti. Dove le regole sono fissate e le routine precise. Nessuno lì rischia di diventare la vice-mamma.
Ma la nanny, invece?
Voi cosa ne pensate?
domenica 14 novembre 2010
ELASTICITA'
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| immagine da www.dawgsport.com |
Vorrei che si adattasse in fretta.
Che riuscisse a cambiare gli orari per incastrare meglio i nostri impegni nella giornata.
Vorrei che non cascasse il mondo ogni volta che gli dico un no.
Che non diventasse intrattabile quando il riposino non dura abbastanza.
Che imparasse ad essere più elastico.
Elasticità.
Non sono mai stata una persona elastica. Qualche volta mi riesce con me stessa ( :P ), ma raramente con gli altri: tendo ad essere leggermente rigida e incline alla critica. E a pretendere che tutto vada come dico io.
C'era chi mi chiamava "la madre superiora" per questo.
Quindi mi domando: come posso chiedere a Q ciò che nemmeno io riesco a fare?
Come posso insegnargli qualcosa che non ho?
Se io per prima vado in tilt non appena qualcuno o qualcosa sgarra, come potrò crescerlo più elastico?
Non è un post triste, sia chiaro (D continua a dirmi che ho un blog triste...), cerco solo di capire l'insondabile mistero dell'educazione.
E' certo che si educa innanzitutto con l'esempio, e che i figli assorbono più dal clima, dallo stile di vita, piuttosto che dalle parole o dagli insegnamenti teorici.
E' così che ritengo di aver ricevuto i valori, la fede, i princìpi che ritengo importanti.
Ma come fare quando crediamo in un valore e lo riteniamo valido e giusto, ma non riusciamo, noi per primi, a viverlo pienamente?
Forse l'unica cosa da fare è crescere.
Forse più che educare lui devo impegnarmi a migliorare me stessa.
Forse ho trovato finalmente l'uomo che riuscirà a cambiarmi! :)
sabato 6 novembre 2010
È QUESTIONE DI ATTEGGIAMENTO
Girovagando nel mio nuovo quartiere londinese, ho trovato una struttura comunale che organizza attività per genitori e bimbi.
Nella piccola brochure noto subito un'attività che mi avrebbe fatto molto comodo qualche mese fa:
- Ti senti sopraffatta dal tuo nuovo ruolo di mamma?
- Piangi più spesso di quanto saresti disposta ad ammettere?
- Fai fatica a dormire o ti svegli spesso più stanca?
- Semplicemente non ti senti più te stessa?
E' difficile per te spiegare come ti senti, perché le persone che hai vicino si aspettano che tu sia felice, ora che il tuo bimbo è nato. Tu vuoi essere felice, ma ti sembra di non farcela.
Vieni e unisciti a questo gruppo di supporto, per scoprire che non sei sola e che esiste una via d'uscita.Prima che Q nascesse mi sentivo "abbastanza" mentalmente preparata alla fatica fisica, alle levatacce, alla stanchezza. Ma non immaginavo lontanamente che la vera fatica non sarebbe stata fisica bensì emotiva.
Fatica ad accettare.
Fatica ad accogliere.
Fatica ad amare.
Per nulla aiutata dal corso pre-parto, in cui ci avevano parlato invece di "amore a prima vista", di "guardarlo per la prima volta negli occhi e innamorarti", mi sentivo terribilmente sola e sbagliata.
Perché "le persone che hai vicino si aspettano che tu sia felice" e tu non hai il coraggio di dire che stai male, che non sai chi è questo bambino e che non sai se lo ami, anzi a volte pensi addirittura di volergli male.
Lui che ti ha sconvolto la vita.
Lui che non ti permette più di essere te stessa.
Ora, con il senno di poi, mi rendo conto che è durato poco, forse il primo mese o poco più, e quando ci penso mi capita di sorridere, perché ha assunto un fascino quasi folkloristico (!), ma mentre lo vivevo lo percepivo come uno stato di crisi irreversibile!
Uno stato di crisi che si auto-alimentava continuamente: pensieri negativi-senso di colpa-lacrime-pensieri negativi-senso di colpa-ecc.-ecc.-ecc.
Poi un giorno accendo la radio e colgo al volo una frase che mi ha cambiata:
Se le cose intorno a te non vanno come vorresti,
c'è una cosa sola che puoi cambiare:
te stesso.
Erano tante le cose che non mi andavano ma che non potevo cambiare. Non potevo cambiare il fatto di essere diventata mamma e non potevo certo cambiare Q, ma potevo cambiare qualcosa di me. Il mio modo di stare con lui, il mio modo di accudirlo, la percezione di me e dei miei cambiamenti.
Come direbbe (e tante volte mi ha detto) il mio amore D: è questione di atteggiamento. La stessa oggettiva realtà può assumere colori totalmente diversi, a seconda di come noi ci approcciamo ad essa.
Volevo assolutamente imparare ad amarlo e, iniziando dalle piccole cose, è stato semplice arrivare ad accettare, accogliere, amare questo bambino che mi è stato donato. Se non potevo percepire l'amore istintivo di cui tanto mi avevano parlato, potevo però riempire d'amore ogni gesto. Ho scoperto la bellezza di prendermi cura di lui, di accudirlo, di toccarlo, lavarlo, mettergli la crema. Ho iniziato a gustare l'intimità delle poppate notturne, ad apprezzare ogni momento con lui. Ho iniziato a guardarlo senza avere paura di lui o di me.
E il mio amore cresceva ad ogni cambio di pannolino.
Vorrei conservare per sempre nella mia mente e nel mio cuore la consapevolezza che ho raggiunto in quella fase, per poterne ancora gustare i frutti quando Q crescerà e, magari, mi complicherà la vita, quando inizierà a fare mille capricci o non vorrà studiare. Ogni volta che penserò che è fatica amare, vorrei ricordare che amare non è sempre semplice né spontaneo. Amare è una scelta, una possibilità. Si ama perché si vuole amare e perché lo si vuole con tutte le proprie forze.
L'amore consiste, non nel sentire che si ama,
ma nel voler amare:
quando si vuole amare, sia ama;
quando si vuole amare al di sopra di tutto, si ama al di sopra di tutto.
Charles de Foucauld
Questo post partecipa al
venerdì 5 novembre 2010
"VUOI GIOCARE CON ME?"
Mi torna in mente all'improvviso un episodio della scorsa estate.
Mia sorella e la sua famigliona (quattro figli... si avete capito giusto: quattro figli!) è in vacanza al mare e noi andiamo a trovarli, per farci una giornata di sole e per far conoscere a Q l'acqua salata.
Nel bungalow di fronte a quello di mia sorella c'è una famiglia olandese, con un bambino che ha circa tre anni, la stessa età di M, il mio nipote più piccolo.
Dopo pranzo, seduta su una sedia all'ombra, davanti al portico, guardo M attraversare la strada e avvicinarsi al bungalow di fronte. Il coetaneo lo raggiunge e, al centro della stradina, iniziano a giocare.
Non sarebbe bello essere come loro?
Mi piacerebbe pensare di avere qualcosa da dire e da dare anche a chi non mi comprende.
A volte, quando parlo in inglese, mi sembra di avere la testa incredibilmente vuota. La poca padronanza del linguaggio mi inaridisce i pensieri.
Ma ho ancora qualcosa da dire, e lo voglio dire anche in inglese.
Come si dice "vuoi giocare con me" in english? :)
sabato 30 ottobre 2010
SUD COREA
La settimana scorsa, al corso Alpha, nel mio gruppetto è arrivata una ragazza nuova. Viene dal Sud Corea e si trova a Londra da poche settimane. Parla anche lei un inglese smozzicato, ma riusciamo a capirci perfettamente! Chiacchieriamo un po’, ci racconta qualcosa di lei, com’è arrivata fin qui… La cosa che mi fa davvero tenerezza di lei è la sua semplicità, il modo così carino e coraggioso di buttarsi nell’inglese pur non sapendolo bene (come la invidio), nonostante i tanti errori e sgrammaticature! Mi fa davvero sorridere quando dice “The God”! Probabilmente nella sua lingua ci mettono l’articolo davanti al nome di Dio, perché anche l’altra coreana che c’è nel nostro gruppo fa lo stesso errore!
Mentre racconta di sé, arriva a parlare della situazione in Nord Corea, e mentre parla piange.
Giuro, questa cosa mi ha stravolta. Ha capovolto i miei punti di riferimento, il mio ristretto orizzonte.
Ho presente la situazione in Nord Corea, certo, ma l’ho sempre pensata così… lontana… Mi reputo una persona mediamente sensibile ed empatica, quando entro in contatto con la sofferenza o con particolari e complesse situazioni di vita. Ma veramente al Nord Corea raramente avevo pensato.
In quel momento ho realizzato che, sì, il mondo è tanto grande, ma anche le vicende che accadono nel posto più remoto della terra c’è qualcuno che le sta vivendo da vicino. Per qualcuno il Nord Corea è casa. E quel qualcuno è seduto accanto a me e ha bisogno che io le passi un fazzoletto.
Mi sono sentita molto più figlia di questo mondo.
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